venerdì 14 settembre 2012

Prelievando - Prima Parte

Chiariamo subito un punto: il sangue è stato creato per non essere visto.
E' questo è oggettivo.
Anche se, detto tra noi, io non ci credo nel concetto di oggettività. Non può mica esistere una Verità Assoluta che può essere accettata come universale, sempre valida e inconfutabile. Nemmeno, e qui la sparo alta, in matematica. Tutto ciò che si osserva, e si studia, dipende dal soggetto studiante, e non dall'oggetto in studio. E mica me lo sto inventando io, così su due piedi. L'hanno asserito nel corso dei secoli più o meno tutte le più alte menti esistite. Tra l'altro è un concetto che si capisce molto facilmente, basta cercare di rispondere a questa semplice domanda: se l'uomo vedesse solo in bianco e nero, i colori esisterebbero?
O ancora, un albero che cade in una foresta disabitata, fa rumore?
Oppure, esistono ancora le mezze stagioni?
Ok, l'ultima l'ho messa solo per vedere se eravate attenti. E la risposta è no.
Però se esiste una verità universale, che potrebbe essere presa per validare l'assioma sull'oggettività, intendendola come l'eccezione che conferma la regola, è che il sangue è stato creato per non essere visto. Punto.
Sono sicuro che la pensano in questa maniera tutti, dagli uomini ai gerbilli, passando per le tigri e gli Eufrati (qualsiasi animali essi siano), fino ad arrivare alle suore. Che sono le più credulone, certo, ma il loro credere è molto selettivo. Per dire, credono nel miracoloso beneficio psicofisico della preghiera, ma non in quello dell'orgasmo, compiendo un clamoroso errore di valutazione, anche teologica, perché, a dirla tutta, una donna invoca più volte il nome del signore durante un rapporto sessuale che durante una preghiera.
Quindi il fatto che io svenga ogniqualvolta faccia un prelievo di sangue è la cosa, oggettivamente, più naturale del mondo.
Ok, l'ho presa un po' larga, ne prendo atto; e ammetto che ad un occhio poco attento, tutta la spiegazione spiattellata sopra potrebbe sembrare, oltre che mal scritta e forzatamente semi colta (che poi è ignoranza infiocchettata), solo una ricercata giustificazione ad una mia banale e piuttosto infantile paura.
Ed è qui che vi sbagliate: non c'è nulla di male nell'aver paura. Soprattutto di una cosa che, oggettivamente, non dovrebbe essere mai vista. E non come un fantasma, che non esiste e allora quando ti sembra di vederne uno ti viene una strizza da infarto, che i testicoli si restringono e scappano all'interno e gli occhi si allargano e scappano all'esterno (è una questione fisiologica, se una cosa si ingrossa, un'altra si restringe...) e le gambe ti mollano di botto, perché ti sei ritrovato all'improvviso di fronte ad un evento sovrannaturale e incomprensibile, che sollecita la parte più antica del tuo cervello, la parte impulsiva e animalesca che scatena una reazione repentina e intensissima, ma di breve durata, tant’è che in genere dura giusto il tempo di capire che quello che ti sembrava un fantasma era semplicemente il riflesso opaco dell'ombra delle tende sul vetro e che quelle grida femminili agghiaccianti altro non erano che le tue grida femminili e agghiaccianti; no, io parlo di una paura conscia perché legata ad un oggetto reale, tangibile, esistente, che scatena reazioni meno esplosive ma prolungate e che quindi risultano essere più logoranti e umilianti, perché sai che non c'è niente da temere, eppure non puoi fare altro che soccombere razionalmente alla tua paura irrazionale. Complicato vero? Neanche tanto. Pensate alle fobie: ne esistono veramente di tutti i tipi ed alcune sono talmente ridicole che si fatica a pensarle reali, o almeno, si fatica a pensarle reali senza scoppiare a ridere. A meno che, certo, non siete tra gli sfortunati fobici in questione, nel qual caso contattatemi subito: amo ridere in compagnia. Sempre che non siate affetti dalla geliofobia (paura della risata). In quel caso potremmo comunque fare quattro chiacchiere, sempre che non siate anche logofobici (paura delle parole) o tetrafobici (paura del numero 4). E se pensate che la tetrafobia sia la fobia più divertente, sentite questa: fronemofobia, la paura di pensare! Affascinante, vero? Non oso immaginare il loop mentale in cui incorre un povero fronemofobico.
"Mi scusi, che ore sono?"
"Sono le..." 'O mio Dio!!! Sto pensando a che ore sono! O MIO DIO, STO PENSANDO CHE STO PENSANDO ALL'ORA!! O MIO DIO, AAAAAARGHHH!!
E bum! Il povero fobico esplode in una nuvola di logica autoipnotica, lasciando l'interlocutore in un mare di guai (l'innocenza sarebbe messa in dubbio perfino dalla Franzoni e da Zio Misseri) oltre che confuso, sporco e diciamolo, oltemodo incazzato per tutti i suddetti motivi oltre al fatto di essere ancora all'oscuro su che diavolo di ore siano.
Alla luce di questo, è del tutto comprensibile il fatto che io non dorma la notte precedente al prelievo del sangue.
Tra l'altro sono migliorato anche in questo. Infatti, se posso spezzare una lancia in mio favore, vi dico che da un paio di volte a questa parte sono anche riuscito a dormire discretamente grazie ad un metodo semi infallibile e semplicissimo che ho messo appunto nel corso degli anni e che si basa su l'attuazione di questo piccolo trucco: mi dico, anzi mi convinco che la mattina dopo io non debba per forza andare a fare il prelievo. Mi dico che no, tutto sommato dipende da come mi sveglio, da quanta voglia abbia, se c'è la giusta congiunzione astrale e cose simili. Ora, lo so benissimo che la mattina seguente andrò a fare le analisi, perché una volta sfangata la notte non passo mica una intera giornata in ansia con il rischio di una probabile futura notte in bianco; eppure riesco ad anestetizzare il mio cervello a colpi di "domani vediamo" e "ma no, mi sa che domani non ci vado proprio", intervallato da moltissimi altri pensieri sparati a caso (tipo sul significato dell'espressione spezzare una lancia in favore di) con il solo scopo di distrarmi, di prendermi alla sprovvista, di fare in modo di non pensare a quel fottutissimo ago che entra in vena (Brrrr). Che è un obiettivo di difficoltà immensa, pensateci: il riuscire a non pensare ad una cosa è molto più difficile del pensarla. Non c'è paragone. Probabilmente è una tara genetica, un malfunzionamento neurale che che affligge la nostra razza. Quindi capite che livello di autosuggestione io riesco ad infliggermi? Vinco contro un meccanismo vecchio di migliaia di anni, un'impresa che può riuscire solamente ad un genio. O ad un cretino. O, come amo definirmi io, un cretino geniale.
La mattina del prelievo, che io abbia dormito o meno, sono comunque intrattabile; una parola è poca, due sono troppe e tre sono "Guarda La Madonna", pronunciate in continuazione e a sproposito.
"Buongiorno, amore..." - mia moglie.
"Guarda La Madonna!" - Io.
"Buongiorno Papi!" - Ilarietta.
"Guarda la Ma... Mattina!" - io, esaurendo in un colpo solo tutta la barra energetica giornaliera del "morditi la lingua".
Mi spoglio, mi lavo e mi vesto in cagnesco, come se queste azioni mi avessero fatto dei torti insanabili; saluto amorevolmente la famiglia con un bofonchiato e mezzo nascosto Guarda La Madonna ed esco. 
Metto in moto. Parto. Guido. Arrivo. Scendo. Entro. Esco. Spengo la moto/macchina. Tolgo le chiavi. Rientro. Smadonno un buongiorno. Aspetto il mio turno. Pago. PAGO. E qui ammetto che il mio umore scende di una buona spanna, tanto da meritarmi un Oscar in Bestemmie Mentali Creative mentre si Sorride Amabilmente. E' che io non lo capisco il motivo per cui si debba pagare il prelievo, è più forte di me. Non sto acquistando nessun bene, non mi porto via niente, anzi, il sangue lo metto io! Mi sa tanto di beffa al sapore di beffa... un po' come dover mettere una supposta e scoprire che è anche pralinata.
Prendo la ricevuta, il numeretto e mi accomodo in sala di attesa. Aspetto. Mi agito. Aspetto. Aspetto. Guarda la Madonna. Aspetto. Soprattutto mi agito. L'attesa è snervante e i miei sintomi peggiorano di minuto in minuto. Cerco di calmarmi convincendomi che i minuti voleranno e che di li a massimo mezz'ora sarà tutto finito, mentre contemporaneamente spero in un miracoloso blocco temporale che mi permetta di rimandare all'infinito il momento del salasso. Rasento la schizofrenia, lo so, ma non riesco a controllare l'ansia: sudo, tremo, divento smanioso e rischio crisi di risa incontrollate ogni trenta secondi circa. La faccenda si allunga e si complica, quindi per distrarmi passo in rassegna le persone in attesa diagnosticando le loro malattie.
Il vecchietto sulla mia destra non è messo benissimo, avrà sicuramente il diabete. O magari il colesterolo alto. Di fronte a me c'è un caso difficile: maschio, alto, sulla quarantina, brizzolato di bell'aspetto vestito di tutto punto. Sono indeciso tra una probabile analisi di routine ed un subdolo augurio di problemi ormonali. La vecchietta in fondo è una diagnosi abbastanza facile: pallida tendente al giallo con lo sguardo vagamente assente; sicuramente un problema al fegato. Spero di sbagliarmi perché mi è simpatica: prima mi ha sorriso. Intanto il tempo scorre lento come la fila, e in più rischio un infarto ogni volta che squilla quel cazzo di eliminacode ed uno svenimento quando qualcuno esce dalla sala prelievi con il braccio teso ed una garza premuta sull'avambraccio. Comincio a dare i numeri, tremore e smania aumentano e devo lottare contro l'stinto di alzarmi, urlare un universale vaffanculo e andarmene.
Ricapitoliamo. Il vecchietto sulla mia destra non so neanche se ce la farà ad arrivare a prelevare il sangue. Per il tipo belloccio sono pessime notizie: si tratta di un caso incurabile di impotenza. La vecchietta... pace all'anima sua, sentite condoglianze. E spero che scelgano un bel color noce che con il giallo ci sta bene. Ma quanto diavolo ci vuole a fare un prelievo? Se non si sbrigano arriverò ad augurare la morte anche ai cuccioli di panda.






venerdì 16 settembre 2011

L'uomo della strada


L’uomo della strada, è come la strada: ha lo stesso odore, di umido e calore; ha le stesse buche e crepe frastagliate, come rughe di catrame, a solcargli il viso; ha la pelle bruciata come chiazze di olio sulla carreggiata e gli occhi opachi come strisce pedonali sbiadite dal sole. 
L’uomo della strada sa di marcio, fuori, come la carogna di un ratto schiacciato sull’asfalto; e dentro, l’uomo della strada, sa dello stesso sapore, solo più intenso. E più pericoloso, come una profonda buca nascosta dalla ristagnante acqua piovana. 
E’ un uomo, l’uomo della strada, che parla poco; e quando parla è evitato ma non ignorato, come il fragoroso contorcersi delle lamiere di due auto che si scontrano. 
L’uomo della strada cammina, cammina sempre, per andare in nessun luogo. E cammina perché, come la strada, ha senso solo se raggiunge un luogo diverso da quello da cui è partito; altrimenti una strada non è più una strada. E ‘ un punto. E l’uomo della strada non sarà la strada, ma sicuramente non è un punto. 
Cammina, l’uomo della strada, trascinando i piedi, vacillante e lento, trasportando buste che hanno il peso di tutta la sua casa e il valore della sua vita, che è l’unica cose che possiede, perché è lei a possedere lui.
L’uomo della strada è un gatto nero e randagio che non graffia; è un gatto nero malconcio e arruffato, scansato e deriso e innocuo, tranne per se stesso.
L’uomo della strada è un cane abbandonato che non abbaia più e vive di avanzi. Avanzi di cibo, avanzi di sguardi. Avanzi di carezze.
E’ vecchio, l’uomo della strada, anche se nato da poco. Ed è schivo e diroccato, come un vicolo di un paese di montagna abbandonato.
L'uomo della strada vive ai margini. Ai margini e sui bordi, in bilico, con un piede sulla strada e un piede sul ciglio del marciapiede, troppo stanco e ingombrante per restare in equilibrio, straniero a se stesso nell'unico stretto luogo che gli viene concesso.
L’uomo della strada è come la strada, duro e indifferente agli uomini con altri uomini che passano veloci con sguardo schivo.
L’uomo della strada è come la strada: curvo di notti rannicchiato sotto inutili coperte di giornali; e dritto come la schiena rotta da letti di asfalto e cuscini di gradini.
L’uomo della strada crede in Dio, ma non prega: ha già chiesto troppo agli uomini, che l’unica speranza è il dubbio divino, perché la certezza negli uomini, l’ha già avuta.
L’uomo della strada ha imparato a dormire con gli occhi aperti perché a dormire con gli occhi chiusi poi si sogna. E i suoi sogni, l’uomo della strada, li dona agli altri uomini; di illusioni non vuol vivere giacché disperata è la sua esistenza, che almeno la morte sia misericordiosa.



giovedì 15 settembre 2011

La Statistica - Trilussa

Sai ched'è la statistica? È na' cosa
che serve pe fà un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che spósa.
Ma pè me la statistica curiosa
è dove c'entra la percentuale,
pè via che, lì, la media è sempre eguale
puro co' la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d'adesso
risurta che te tocca un pollo all'anno:
e, se nun entra nelle spese tue,
t'entra ne la statistica lo stesso
perch'è c'è un antro che ne magna due.

mercoledì 14 settembre 2011

Bar della Rabbia - Alessandro Mannarino

Quanno un giudice punta er dito contro un
povero fesso nella mano strigne artre tre dita
che indicano se stesso.
A me arzà un dito pe esse diverso
me fa più fatica che spostà tutto l'Universo.
So na montagna... se Maometto nun viene...
mejo... sto bene da solo, er proverbio era
sbajato. So l'odore de tappo der vino che
hanno rimannato 'ndietro so i calli sulle
ginocchia di chi ha pregato tanto e nun ha mai
avuto e ce vo' fegato... ahia...
So come er vento: vado 'ndo me va.
vado 'ndo me va... ma sto sempre qua.

E brindo a chi è come me ar bar della rabbia
e più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.

So er giro a voto dell'anello cascato ar dito
della sposa che poi l'ha raccorto e me l'ha
tirato e io j' ho detto: mejo... sto bene da
solo... Senza mogli e senza buoi
e se me libero pure dei paesi tuoi sto a
cavallo... e se me gira faccio fori pure er
cavallo.
Tanto vado a vino mica a cavallo.

So er buco nero der dente cascato ar soriso
de la fortuna e la cosa più sfortunata e
pericolosa che m'è capitata nella vita è la
vita, che una vorta che nasci, giri... conosci...
intrallazzi... ma dalla vita vivo nun ne esci...
uno solo ce l'ha fatta... ma era raccomannato...
Io invece nun c'ho nessuno che me spigne.
Mejo... n' se sa mai... visti i tempi!
Ma se rinasco me vojo reincarnà in me stesso
co' la promessa de famme fa più sesso
e prego lo spirito santo der vino d'annata
di mettermi a venne i fiori pe' la strada
che vojo regalà 'na rosa a tutte le donne che
nun me l'hanno data. Come a dì: tiè che na so
fa 'na serenata!

E brindo a chi è come me
ar bar della rabbia o della Arabia
e più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.

Ma mò che viene sera e c'è il tramonto
io nun me guardo 'ndietro... guardo er vento.
Quattro ragazzini hanno fatto n' astronave con
n'pò de spazzatura vicino ai secchioni, sotto
le mura dove dietro nun se vede e cè naria
scura scura.
Ma guarda te co quanta cura
se fanno la fantasia de st'avventura
Me mozzico le labbra me cullo
che me tremano le gambe de paura
poi me fermo e penso:
però che bella sta bella fregatura...

E brindo a chi è come me ar bar della rabbia
e più bevo e più sete me vie
'sti bicchieri so pieni de sabbia.

lunedì 13 giugno 2011

Lo Scotch - Daniele Silvestri ( Feat. Peppe Servillo )

E che cosa vi posso dire?
Traslocare è un poco morire, sperando di tornare a campare.
Qualcosa volutamente da dimenticare. Qualcosa da comprare, pensando a chi potrebbe piacere.
Non ne possiamo parlare, bisognerebbe prima finire, portare, contare, sistemare.
Piantare alberi in una stanza. Smuovere l'aria come il vento dell'Estate.
Vi prego amici, rimanete. Anche se non so dove vi sedete.


lunedì 30 maggio 2011

La versione di Barney - Mordecai Richler

Dannatissimo CSI. Stramaledetto CSI.
Mi ha rovinato il tanto decantato finale a sorpresa. Che ovviamente non rivelerò, ma chi fosse incuriosito dalle imprecazioni può chiedermi tranquillamente spiegazioni in privato.
Perchè, diciamolo, la forza per superare le prime 150 pagine è tutta insita nella promessa del colpo di scena finale che il protagonista, strizzandoci l'occhio un po' ruffianamente, ci lascia intuire già dalle prime righe del romanzo. No, aspettate. Non ci lascia intuire il colpo di scena, ci fa capire che ce ne sarà uno.
Non che si vada avanti nella lettura esclusivamente per quello, ma le prime cento/centocinquanta pagine possono risultare poco chiare.
Barney è un personaggio grandioso, pieno di difetti e contraddizioni che ci racconta una vita, La vita, in maniera schietta e un po' confusionaria, intervallando amore e odio, contrapponendo amici e nemici e ricordandoci ogni tanto che la minestra si versa col coso e che i sette nani si chiamano come si chiamano.
Ma più di ogni altra cosa ci racconta l'arte, il fermento creativo e la vita del giovane artista. Ed è forse questo il suo punto debole, la ferita mai rimarginata che ha tentato di nascondere sotto il suo caratteraccio, il sarcasmo e fiumi di alcol. Il fatto che, come gli dice il suo amico Boogie, lui l'arte ce l'ha sempre avuta al suo fianco, ma mai dentro.
Cazzo, cazzo e cazzo.
Da leggere e gustare come un montecristo.

lunedì 16 maggio 2011

The Big Kahuna - Monologo Finale




Goditi potere e bellezza della tua gioventù.
Non ci pensare. Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto, e in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non t'erano mai passate per la mente. Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa' una cosa, ogni giorno che sei spaventato: CANTA!
Non esser crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perder tempo con l'invidia. A volte sei in testa. A volte resti indietro.
La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente dimmi come si fa.
Conserva tutte le vecchie lettere d'amore, butta i vecchi estratti conto.
Rilassati. Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant'anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche.
Le tue scelte sono scommesse. Come quelle di chiunque altro.
Goditi il tuo corpo.
Usalo in tutti i modi che puoi. Senza paura e senza temere quel che pensa la gente. È il più grande strumento che potrai mai avere.
BALLA! Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza, ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori. Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli. Sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono. Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci coi capelli, se no quando avrai quarant'anni sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell'accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio... per questa volta.