venerdì 16 settembre 2011

L'uomo della strada


L’uomo della strada, è come la strada: ha lo stesso odore, di umido e calore; ha le stesse buche e crepe frastagliate, come rughe di catrame, a solcargli il viso; ha la pelle bruciata come chiazze di olio sulla carreggiata e gli occhi opachi come strisce pedonali sbiadite dal sole. 
L’uomo della strada sa di marcio, fuori, come la carogna di un ratto schiacciato sull’asfalto; e dentro, l’uomo della strada, sa dello stesso sapore, solo più intenso. E più pericoloso, come una profonda buca nascosta dalla ristagnante acqua piovana. 
E’ un uomo, l’uomo della strada, che parla poco; e quando parla è evitato ma non ignorato, come il fragoroso contorcersi delle lamiere di due auto che si scontrano. 
L’uomo della strada cammina, cammina sempre, per andare in nessun luogo. E cammina perché, come la strada, ha senso solo se raggiunge un luogo diverso da quello da cui è partito; altrimenti una strada non è più una strada. E ‘ un punto. E l’uomo della strada non sarà la strada, ma sicuramente non è un punto. 
Cammina, l’uomo della strada, trascinando i piedi, vacillante e lento, trasportando buste che hanno il peso di tutta la sua casa e il valore della sua vita, che è l’unica cose che possiede, perché è lei a possedere lui.
L’uomo della strada è un gatto nero e randagio che non graffia; è un gatto nero malconcio e arruffato, scansato e deriso e innocuo, tranne per se stesso.
L’uomo della strada è un cane abbandonato che non abbaia più e vive di avanzi. Avanzi di cibo, avanzi di sguardi. Avanzi di carezze.
E’ vecchio, l’uomo della strada, anche se nato da poco. Ed è schivo e diroccato, come un vicolo di un paese di montagna abbandonato.
L'uomo della strada vive ai margini. Ai margini e sui bordi, in bilico, con un piede sulla strada e un piede sul ciglio del marciapiede, troppo stanco e ingombrante per restare in equilibrio, straniero a se stesso nell'unico stretto luogo che gli viene concesso.
L’uomo della strada è come la strada, duro e indifferente agli uomini con altri uomini che passano veloci con sguardo schivo.
L’uomo della strada è come la strada: curvo di notti rannicchiato sotto inutili coperte di giornali; e dritto come la schiena rotta da letti di asfalto e cuscini di gradini.
L’uomo della strada crede in Dio, ma non prega: ha già chiesto troppo agli uomini, che l’unica speranza è il dubbio divino, perché la certezza negli uomini, l’ha già avuta.
L’uomo della strada ha imparato a dormire con gli occhi aperti perché a dormire con gli occhi chiusi poi si sogna. E i suoi sogni, l’uomo della strada, li dona agli altri uomini; di illusioni non vuol vivere giacché disperata è la sua esistenza, che almeno la morte sia misericordiosa.



giovedì 15 settembre 2011

La Statistica - Trilussa

Sai ched'è la statistica? È na' cosa
che serve pe fà un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che spósa.
Ma pè me la statistica curiosa
è dove c'entra la percentuale,
pè via che, lì, la media è sempre eguale
puro co' la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d'adesso
risurta che te tocca un pollo all'anno:
e, se nun entra nelle spese tue,
t'entra ne la statistica lo stesso
perch'è c'è un antro che ne magna due.

mercoledì 14 settembre 2011

Bar della Rabbia - Alessandro Mannarino

Quanno un giudice punta er dito contro un
povero fesso nella mano strigne artre tre dita
che indicano se stesso.
A me arzà un dito pe esse diverso
me fa più fatica che spostà tutto l'Universo.
So na montagna... se Maometto nun viene...
mejo... sto bene da solo, er proverbio era
sbajato. So l'odore de tappo der vino che
hanno rimannato 'ndietro so i calli sulle
ginocchia di chi ha pregato tanto e nun ha mai
avuto e ce vo' fegato... ahia...
So come er vento: vado 'ndo me va.
vado 'ndo me va... ma sto sempre qua.

E brindo a chi è come me ar bar della rabbia
e più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.

So er giro a voto dell'anello cascato ar dito
della sposa che poi l'ha raccorto e me l'ha
tirato e io j' ho detto: mejo... sto bene da
solo... Senza mogli e senza buoi
e se me libero pure dei paesi tuoi sto a
cavallo... e se me gira faccio fori pure er
cavallo.
Tanto vado a vino mica a cavallo.

So er buco nero der dente cascato ar soriso
de la fortuna e la cosa più sfortunata e
pericolosa che m'è capitata nella vita è la
vita, che una vorta che nasci, giri... conosci...
intrallazzi... ma dalla vita vivo nun ne esci...
uno solo ce l'ha fatta... ma era raccomannato...
Io invece nun c'ho nessuno che me spigne.
Mejo... n' se sa mai... visti i tempi!
Ma se rinasco me vojo reincarnà in me stesso
co' la promessa de famme fa più sesso
e prego lo spirito santo der vino d'annata
di mettermi a venne i fiori pe' la strada
che vojo regalà 'na rosa a tutte le donne che
nun me l'hanno data. Come a dì: tiè che na so
fa 'na serenata!

E brindo a chi è come me
ar bar della rabbia o della Arabia
e più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.

Ma mò che viene sera e c'è il tramonto
io nun me guardo 'ndietro... guardo er vento.
Quattro ragazzini hanno fatto n' astronave con
n'pò de spazzatura vicino ai secchioni, sotto
le mura dove dietro nun se vede e cè naria
scura scura.
Ma guarda te co quanta cura
se fanno la fantasia de st'avventura
Me mozzico le labbra me cullo
che me tremano le gambe de paura
poi me fermo e penso:
però che bella sta bella fregatura...

E brindo a chi è come me ar bar della rabbia
e più bevo e più sete me vie
'sti bicchieri so pieni de sabbia.

lunedì 13 giugno 2011

Lo Scotch - Daniele Silvestri ( Feat. Peppe Servillo )

E che cosa vi posso dire?
Traslocare è un poco morire, sperando di tornare a campare.
Qualcosa volutamente da dimenticare. Qualcosa da comprare, pensando a chi potrebbe piacere.
Non ne possiamo parlare, bisognerebbe prima finire, portare, contare, sistemare.
Piantare alberi in una stanza. Smuovere l'aria come il vento dell'Estate.
Vi prego amici, rimanete. Anche se non so dove vi sedete.


lunedì 30 maggio 2011

La versione di Barney - Mordecai Richler

Dannatissimo CSI. Stramaledetto CSI.
Mi ha rovinato il tanto decantato finale a sorpresa. Che ovviamente non rivelerò, ma chi fosse incuriosito dalle imprecazioni può chiedermi tranquillamente spiegazioni in privato.
Perchè, diciamolo, la forza per superare le prime 150 pagine è tutta insita nella promessa del colpo di scena finale che il protagonista, strizzandoci l'occhio un po' ruffianamente, ci lascia intuire già dalle prime righe del romanzo. No, aspettate. Non ci lascia intuire il colpo di scena, ci fa capire che ce ne sarà uno.
Non che si vada avanti nella lettura esclusivamente per quello, ma le prime cento/centocinquanta pagine possono risultare poco chiare.
Barney è un personaggio grandioso, pieno di difetti e contraddizioni che ci racconta una vita, La vita, in maniera schietta e un po' confusionaria, intervallando amore e odio, contrapponendo amici e nemici e ricordandoci ogni tanto che la minestra si versa col coso e che i sette nani si chiamano come si chiamano.
Ma più di ogni altra cosa ci racconta l'arte, il fermento creativo e la vita del giovane artista. Ed è forse questo il suo punto debole, la ferita mai rimarginata che ha tentato di nascondere sotto il suo caratteraccio, il sarcasmo e fiumi di alcol. Il fatto che, come gli dice il suo amico Boogie, lui l'arte ce l'ha sempre avuta al suo fianco, ma mai dentro.
Cazzo, cazzo e cazzo.
Da leggere e gustare come un montecristo.

lunedì 16 maggio 2011

The Big Kahuna - Monologo Finale




Goditi potere e bellezza della tua gioventù.
Non ci pensare. Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto, e in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non t'erano mai passate per la mente. Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa' una cosa, ogni giorno che sei spaventato: CANTA!
Non esser crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perder tempo con l'invidia. A volte sei in testa. A volte resti indietro.
La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente dimmi come si fa.
Conserva tutte le vecchie lettere d'amore, butta i vecchi estratti conto.
Rilassati. Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant'anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche.
Le tue scelte sono scommesse. Come quelle di chiunque altro.
Goditi il tuo corpo.
Usalo in tutti i modi che puoi. Senza paura e senza temere quel che pensa la gente. È il più grande strumento che potrai mai avere.
BALLA! Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza, ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori. Non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli. Sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono. Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci coi capelli, se no quando avrai quarant'anni sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell'accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio... per questa volta.

mercoledì 11 maggio 2011

La notte del drive-in - Joe R. Lansdale

Ho pensato e ripensato ad una frase ad effetto da usare come introduzione. Sul serio. Ci ho pensato per giorni. Un libro cosi, una storia cosi, mi ripetevo, merita una recensione con un'apertura degna della follia di cui è intriso il racconto. Ne ho scritte alcune, per poi cancellarle irritato. Già, perchè la parola ALLUCINANTE strisciava neanche tanto nascosta dietro ad ogni pensiero, distraendomi dalla ricerca dell'originalità.
Perchè ALLUCINANTE, per quanto azzeccato possa essere, è tutto fuorché originale. Allora, sempre più irritato, mi è balzata in testa la parola ACIDO e tutta una serie di sinonimi e associazioni mentali fuorvianti e maledettamente in tema allo stesso momento. LSD, per esempio. O THC. O DMT, o PCP. Insomma, tutte sostanze allucinogene capaci di farti fare dei TRIP come dio comanda, di quelli che ti ricordi finchè campi. Se campi. 
E allora ho rinunciato. Anche perchè, in mancanza d'altro, correvo il rischio di leccare la schiena del primo rospo che trovavo in giardino. 
E poi, altri aggettivi o modi per descrivere "La notte del Drive-In" davvero non ce ne sono. 
E' un viaggio (nel senso peyotico del termine) nell' assurdo. 
La trama è semplice: quattro ragazzi si recano al Drive-In (immenso, il più grande d'america, mi sembra)per assistere alla consueta maratona di film Horror del venerdi sera. Quel venerdi sera, però, le cose si trasformeranno in un incubo, e l'Horror diventerà pura e agghiacciante realtà. 
Lansdale affronta il tutto in maniera sublime: ad una realtà cosi pazzesca, così assurda e lontana associa comportamenti sociali talmente verosimili e possibili da lasciare inorriditi. 
La scrittura volgare e diretta è più che appropriata al topic che sfiora, anzi centra, momenti di puro splatter alternati a momenti di riflessioni filosofiche e religiose. 
Ne esce un romanzo caustico, che ti avvelena con le tue stesse, inevitabili risate. 
Non è da leggere, e da provare. 
Proprio come una pasticca.

lunedì 2 maggio 2011

Lavorando - Terza Parte

Stavo ancora ridendo. Il problema è che non ve la so descrivere l'espressione di Claudio. Sembra davvero invecchiato di venti anni... da una parte lo capisco perchè quando fai di tutto per passare da giovane e ti danno del vecchio, è come ricevere una coltellata al centro esatto dell'orgoglio. Per questo ho deciso di rimanere sempre a 29 anni. Mica scemo, io. 
Claudio torna annichilito verso il bancone di consegna e io mi rimetto comodo a lavorare: cambio canzone su youtube, che Checco Zalone non mi pare il caso. Scelgo una nuova canzone, che per dovere di cronaca vi dico essere “Eh già” di Vasco, e riapro il file del listino prezzi. 
Adriano come sempre non si vede; il Questionatore sta questionando con un cliente su di una questione qualunque; Marco è in giro a Padreternare da qualche parte; Claudio, come detto, è al bancone tutto triste e sconsolato (Claudio, non il bancone); Tonino si tocca il petto e sorride mentre un cliente di fronte a lui si sfoga di tutti i suoi terribili guai; Adriano è ricomparso, un attimo, ed è scomparso nuovamente; io mi guardo intorno e penso tutto questo invece di fare la benché minima cosa, che anche excel prima o poi si chiuderà sdegnato per protesta, stufo di essere avviato senza motivo. Sono talmente svogliato che non ho neanche voglia di rispondere a questo maledetto telefono che squilla incessante, mi limito a guardalo male, sperando così di spaventarlo e farlo tacere. Senza risultato. Anzi si! Ahah. Ha smesso, ho un potere mentale enorme! Ah no, ecco che squilla nuovamente, con il suono dell’interno. Alzo la cornetta:
- Si?
- Dani, è per te. – mi avverte la voce di Adriano, da non so dove.
- Dani è per te – scimmiotto io…
- Ao, ma che vuoi? – risponde.
- Adria’, certo che è per me, me la stai passando la chiamata! Chi è? – mi altero. 
Poco poco, al limite massimo consentito a chi detiene il potere per casta e non per merito.
- Ehm… non lo so. Una donna. – mi dice per niente intimorito.
A questo punto alzo il tiro:
- Checcavolo, sei più inutile di un culo senza il buco! – sbotto copiando la battuta di non so chi.
Non risponde e mi passa diretto la chiamata. Uno a zero per lui, brutto inutile uccellaccio dalla forma umanoide. Me la pagherà.

Pensieri...

Pensavo all'incommensurabile potenza creativa racchiusa in una matita nuova.
Quale oggetto è più rappresentativo della grandezza della mente umana?
Niente è più forte del pensiero, e se questo diventa un ideale, allora neanche la morte può nulla; nemmeno Dio, che da mente umana è nato e attraverso una matita è cresciuto.
Una matita e un foglio bianco, e si può cambiare il mondo.
Una matita e un foglio bianco e hai a disposizione l'infinito.

sabato 30 aprile 2011

Ritratto della mia bambina - Umberto Saba

La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo,
e dell'estiva vesticciola: "Babbo
- mi disse - voglio uscire oggi con te".
Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s'ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull'onde biancheggia, a quella scia
ch'esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi 
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.














Dedicata alle mie due bimbe, battito del mio cuore.

giovedì 28 aprile 2011

Blasfemando

La totale fiducia che GiuPeppe aveva nella giovane moglie, cominciò ad incrinarsi il giorno della venuta dell’Angelo Gabri. La mattina di quel giorno infatti, MariDonna gli aveva raccontato una storia quantomeno singolare su di un sogno, un messaggio divino, un angelo ed una gravidanza verginea. 
GiuPeppe non aveva dato molto peso a quelle parole, ma la mattina seguente trovò sparse per tutta la camera molte piume, tutte riconducibili a bestie quali galline, oche e piccioni. Le vie del Signore sono infinite, pensò l’uomo nascondendo anche a se stesso il principio di dubbio che cominciava ad infiltrarsi nel suo cuore. Nonostante ciò, il pensiero successivo inevitabilmente fu che, dieci giorni prima, Don Belze denunciò il furto di molti animali della sua fattoria. Cosa ancora più sospetta fu il fatto che le bestie più pregiate, e quindi  più soggette ai furti, come cavalli, mucche e cammelli non furono toccati, sparirono solo centinaia fra galline, oche e piccioni. Tanto strano fu il furto che stessa Donna Bu, moglie di Belze, osò definirlo un furto eccentrico, spaventando i cittadini e provocando le ire dei governanti che reagirono dichiarando Bu colpevole di uso improprio di vocaboli sconosciuti, quindi condannandola a lapidazione in pubblica piazza. 
La prova di fronte la quale GiuPeppe non poté far finta di non capire, fu il ritrovamento di due cinture in cuoio unite orizzontalmente da una terza. Ne comprese immediatamente l’utilizzo. E maledì il suo straordinario senso pratico e l’acume sopraffino del suo intuito che gli impedivano di rimanere ignorante, e dunque immune, allo sbandamento psicologico che la faccenda gli avrebbe provocato. Due cinture tenute insieme da una terza, la quale si poteva stringere e allargare tramite una fibbia centrale. Cristallino. Una struttura per sorreggere un peso sulle spalle. Piume sparse per tutta la camera. Due enormi ali mezze spiumate attaccate alle cinture. MariDonna che dormiva nel letto, mezza nuda, con un’espressione beata sul volto e le mani poggiate sul villoso petto di Belze anch’egli profondamente addormentato . Gli tremarono le gambe. Un senso di vertigine e conati di vomito lo scossero facendolo tremare come foglia sbattuta dal vento. Non riusciva a crederci. E del resto chi, di fronte a un così assurdo evento avrebbe creduto? Eppure era tutto li, davanti ai suoi scettici occhi sbarrati. Mai, mai e poi mai avrebbe immaginato. Mai e poi mai sarebbe stato in grado di credersi capace di immaginare di poter immaginare che fosse cosi. Ancora tremante e scosso da brividi, cadde in ginocchio e con in bocca il gusto salato delle lacrime che copiose scendevano dai suoi occhi brucianti, raccolse le forze, il poco coraggio non cancellato dallo shock del momento, e sussurrò: “Belze… Belze… Tu… Tu sei l’Angelo Gabri!!”
Singhiozzando di gioia, pregò il Signore ringraziandoLo per avergli permesso di assistere a quel miracolo.

lunedì 25 aprile 2011

Nessun Dove - Neil Gaiman

“Nessun Dove” è il primo libro di Neil Gaiman che ho letto. E non riesco a capire se sono stato fortunato o sfortunato.

E’ difficile trovare libri capaci di farti vivere fantasie così enormi da sembrarti non solo possibili, ma reali. 
Libri la cui forza creativa è talmente maestosa che il semplice spezzettarla e rinchiuderla in migliaia di quelle piccole celle di convenzione umana che chiamiamo parole non basta a contenerla, e sprigiona al di la di esse un’ aurea di realtà immaginaria che brilla e pulsa e risplende su tutto ciò che c’è intorno, spingendosi ad esistere al di la del libro. 
E’, sostanzialmente, il contrario dell’essere catapultati all’interno della storia: è quando la storia si scaglia all’esterno e comincia a far parte del tuo vivere quotidiano. 
Capita raramente. O almeno, è capitato pochissime volte a me. Leggendo “La Storia Infinita”, per esempio. 
O questo splendido "Nessun Dove". 
E come tutte le cose che hanno la divina contemporaneità dell’essere rare e preziose, un libro scaraventastoria è pericoloso. 
Perché crea un precedente, perché svela capacità, perchè fungerà da termine di paragone. Ed elimina scuse, ed assottiglia gli alibi. 
E’ la storia, non colui che la racconta. (cit.) 
Certo. Ma il narratore ha la sua parte di responsabilità. 
Voglio dire, anche l’ apparentemente semplice scelta di chiamare Londrasotto e non Altralondra quel realissimo e magico luogo in cui la storia si svolge, è una responsabilità mastodontica! 
E Neil Gaiman è stato all’altezza della storia. Ha saputo essere un ottimo narratore, ha saputo raccontare senza raccontarsi, senza far percepire la sua presenza. 
Ha dato vita a personaggi, luoghi, profumi e atmosfere contemporaneamente reali e fantastici, descrivibili solo come… Soprareali. 
Non parlerò oltre della trama. Anzi, non parlerò oltre. 
Questo libro va letto, perché la Storia ha bisogno di un solo elemento per compiere la sua scaraventa magia: il lettore.

domenica 24 aprile 2011

The Dome - Stephen King

Molto bello. 
E per dare questo banalissimo giudizio, ho dovuto aspettare qualche giorno, iniziare un nuovo libro e ripensare a "The dome" a mente fredda. 
Ritengo che fare paragoni con opere precedenti sia allettante ma contemporaneamente inutile ed inevitabile. Non siamo di fronte ad un (auto)plagio o a un romanzo furbetto, dettato da "necessità" economiche e sviluppato raschiando nel fondo del barile (o del cassetto, come in questo caso). 
Ritengo che King sia un grande autore e un profondo conoscitore di se stesso. 
L'incidente l'ha cambiato. E le sue opere ne hanno risentito moltissimo. Salvo, forse, la Saga della Torre Nera. 
Dal 2001 al 2006 ha scritto una bella raccolta di racconti 2 o 3 romanzi mediocri e il suo libro peggiore (buick 8). Poi c'è stata la svolta. Piccola, magari, ma determinante con "La storia di Lisey". Continua con "al crepuscolo" (ma i racconti King li ha sempre saputi scrivere...) e il bellissimo "Duma Key". 
Si vede che non è più il "vecchio" King, ma lo trovo inevitabile. Anagraficamente parlando, certo, ma anche perchè (e non lo nasconde lui stesso) l'incidente l'ha reso un altro uomo. 
Il cambiamento si nota, anche se per me si tratta di maturità. 
Tutto questo per ribadire che King è un grande autore, un grande conoscitore di se stesso e un grande conoscitore dei suoi Fedeli Lettori. 
Sa che è bravissimo a raccontare di intere, piccole comunità. Ad affrontarne i pregi e difetti, le ipocrisie nascoste dietro le apparenze. E soprattutto è maestro nel delineare la psicologia dei personaggi, e nel raccontare l'orrore quotidiano. E poi ci sono i bambini e gli asolescenti... 
Lui ha preso i suoi punti di forza e ci ha sviluppato intorno una storia. Una storia veloce e soffocante, rabbiosa e fastidiosa, cattiva e reale.
La cupola, come ovvio, è solo un pretesto per lavorare nelle sue migliori condizioni. Un pò come giocare in casa. L'importante era isolare la comunità, il resto sarebbe venuto da sé. E così è stato. 
Molto bello, questo romanzo, anche nel finale. Perché in fondo i bambini sono bambini. In tutti i mondi.

venerdì 22 aprile 2011

Non avevo capito niente - Diego De Silva

Questo libro si è rivelato essere un'autentica sorpresa.
La storia di Vincenzo Malinconico, avvocato quarantenne indolente e sveglio, affascina e diverte il lettore incollandolo alle pagine del libro.
Il protagonista si confessa parlandoci in prima persona attraverso un monologo schietto e sincero e senza troppe formalità, proprio come fossimo due amici che chiacchierano al bar davanti ad un caffè. E questo ti rende complice e partecipe, sempre divertito e spesso anche affascinato dalle sue spiccate doti di filosofo metropolitano.
Qualche volta risulta essere un po' sgrammaticato e dialettale, altre un po' troppo cervellotico, e sono proprio queste oscillazioni (forse volute, forse no) a renderlo tanto reale e simpatico. Insomma, davvero un piccolo gioiello questo romanzo.
Assolutamente consigliato, la verità.

martedì 19 aprile 2011

Lavorando - Seconda Parte

La mattinata prosegue tranquilla, con il lavoro che aumenta con l'avanzare dell'ora.
Fila tutto liscio, entrano clienti e soprattutto CLIENTI e dall'alto della mia posizione privilegiata (seduto comodamente in cassa al centro del negozio) osservo lo svolgere del lavoro come stessi seduto sul divano davanti alla tv a vedere un bel film, cogliendo quei dettagli che in genere si notano solo dopo aver visto tre o quattro volte di seguito la stessa pellicola, quando sposti l'attenzione dal soggetto principale per spaziare con lo sguardo tutt'attorno alla ricerca di nuovi dettagli e sfumature, e ti accorgi dell'espressione immobile del quarto attore da sinistra dietro all'attore in primo piano, oppure noti che la co-protagonista, inquadrata in terzo piano semi nascosta da una lampada, sorride nel bel mezzo di in una scena tragica.
Conosco le sfumature delle movenze dei miei collaboratori, il linguaggio del loro corpo e in particolare la pesante aura del non detto, l'Universo del Trattenuto, tutto ciò che un commesso vorrebbe dire ma non può. Ci si potrebbero scrivere migliaia di libri a tal proposito, e sarebbero tutti invariabilmente colmi delle più disparate, fantasiose e geniali frasi offensive che potreste mai sentire. E' un mondo nascosto, un sottobosco effervescente in continua evoluzione, un fermento creativo che non ha eguali in nessun' altra forma artistica conosciuta che rende i commessi complici e uniti, creando quella che è una delle confraternite segrete più grandi e potenti del mondo. Una sorta di Fight Club delle Offese, un Hurt Club.
La prima regola dell'Hurt Club, è che non si parla dell'Hurt Club.
Sul serio, pensateci. Avete mai visto due commessi litigare, prendersi a botte, insultarsi?
No, ma sicuramente vi sarà capitato di assistere a due o più persone che in strada o in un pub o in una discoteca, ridevano fino alle lacrime, scambiandosi a turno aneddoti e storielle divertenti.
Bene, quelle persone ridevano anche di te. O di tua sorella. O di tuo padre. O di un tuo amico. Insomma, tutti siamo clienti. E tutti diventiamo CLIENTI.
Se non ricordo male, siamo addirittura citati nella bibbia, in quel passo in cui si dice che "cliente tu sei e CLIENTE tu diventerai", subito dopo che Gesù, che era un tipo sveglio, accortosi di essere perculato dai mercanti mise su quel casino del cacciarli via dal tempio. Che poi, a mio avviso, poteva pure risparmiarselo e stare un filino più attento sul dove accettare i baci e da chi, in special modo davanti alle guardie. A quei tempi, farsi baciare da un maschio! Sfido io che si sono incazzati. Certo, magari loro poi hanno esagerato una tantino sulla pena. Che diamine, neanche avesse avuto addosso due grammi di erba.
Comunque.
Capite la forza dell'Hurt Club? Potremmo governare il mondo, se non fossimo così impegnati ad offenderlo.

venerdì 8 aprile 2011

Lavorando - Prima Parte

Volevo raccontarvi una tipica mattinata lavorativa così come avviene nel posto in cui lavoro, nel mio negozio... cioè nel negozio in cui lavoro. Ok, ok. Ho sposato la figlia del capo, ok? Non so bene neanche io come definirmi, oltre che raccomandato. E non è un bella cosa da dire, soprattutto a se stessi. Be, neanche agli altri. Che lavoro faccio? Io? No, io sono raccomandato. Eheheh. Un paio di volte l'ho fatto, serio serio, e l'espressione del mio interlocutore non ve la so descrivere. Vi dico solo che mi sono dovuto allontanare millantando una scusa qualunque, scoppiare a ridere dietro l'angolo, e tornare un minuto dopo più serio di prima per continuare il discorso tranquillamente. Una volta fatelo, dite a una persona appena conosciuta una qualunque cosa imbarazzante su di voi come se fosse la cosa più naturale del mondo e avrete in risposta una reazione impagabile. Comica e appagante, davvero. Interrogativa più delle Five Ws! Si chiederà continuamente se quello che avete detto è vero, se eravate seri o se stavate scherzando o se, dopotutto non sia possibile che abbia capito male. Entrerete di diritto nella sua vita, gli resterete impressi nella memoria. E' un modo come un altro per diventare immortali.
Dicevo della mattinata al lavoro. Fatemi dire che probabilmente io la prendo divertendomi più degli altri perché il mio lavoro, scusate, la mia raccomandazione mi ha portato a lavorare nell'amministrazione del negozio, quindi quelle pochissime volte che sostituisco la collega alla cassa per me rappresenta un piacevole diversivo.

mercoledì 6 aprile 2011

Eterni nell'Universo

Da qualche giorno mi capita di scoprirmi a guardare il cielo. E lo guardo con occhi nuovi.
Sto leggendo un simpatico quanto istruttivo libro di tale Bill Bryson, che ha concentrato in poco più di 400 pagine quello che lui stesso definisce "Breve storia di (quasi) tutto". Una sorta di sussidiario scientifico in cui l'autore, spaziando dalla geologia all'astronomia, dalla chimica alla fisica, riassume attraverso le scoperte scientifiche più importanti dei più geniali pensatori della storia, il percorso che ha portato l'uomo al livello attuale di comprensione del mondo e dell'universo.
L'autore disquisendo di menti geniali e scoperte incredibili, si lascia quasi sfuggire che se nel sistema stellare più vicino al nostro ci fosse un pianeta abitato e quel pianeta avesse tecnologie e curiosità e fortuna sufficienti da puntare verso di noi un telescopio enormemente potente, oggi vedrebbe il nostro pianeta... duecento anni fa. Perché questo è il tempo che impiega la luce a percorrere la distanza che separa i nostri due pianeti.
E questo cambia tutto, cambia totalmente il mio essere.
Ho trovato risposte a domande che non sapevo neanche di stare chiedendomi.
Il passato non esiste nei termini in cui siamo abituati a credere, il passato non è un luogo temporale antecedente e non più esistente; il passato esiste su un altro piano logico: lo spazio. Tutto ciò che ci accade è per sempre, o almeno fino alla fine dell'universo, e si allontana da noi non nel tempo, ma nella distanza.
E' in viaggio alla velocità della luce verso chiunque ci stia guardando.
Sicuramente menti più alte della mia hanno già pensato tutto questo, ed è probabile che definire l'esistenza umana come un viaggio tragga le sue origini proprio da questo concetto, eppure per me è una rivelazione che ha la forza della vita.
Il Viaggio è la vita. Il Viaggio è la morte. Forse Dio è il Viaggio. 
Penso alle persone care scomparse, e come ora tutto ha più senso. Penso alla nostalgia e al dolore e a all'accecante voglia di poter abbracciare un'ultima volta, anche solo per un attimo la persona amata.
Ora so che quell'ultimo abbraccio esiste, al pari di tutti gli altri, e viaggia veloce attraverso le galassie.
Basterebbe saper viaggiare più veloci, superare la distanza di quel momento e poi girarsi a guardare.
E poi farlo di nuovo. E poi ancora. Ogni nostro attimo è eterno.
Ed è un pensiero che mi rincuora di lacrime.
Guardo il cielo e mi sento sereno. E se mi accorgo di stare facendolo accenno un saluto o un sorriso. Sorrido ai milioni di chilometri che ho appena iniziato a percorrere.

domenica 3 aprile 2011

Tagliandando - Seconda parte

Dicevo del razzismo.
Oddio, detta così sembra quasi che stessi affrontando un argomento serio. Cosa che mi sarà capitata di fare una o due volte nella vita e per la quale vi assicuro non sono assolutamente portato: tendo a mandare tutto a puttane. In genere con uscite da vergogna indotta. Non sapete cos'è la vergonga indotta? Ma si che lo sapete: è quando ci si vergogna arrivando a provare fastidio fisico al posto della persona che dovrebbe vergognarsi e che, ignara o noncurante e sentendosi spiritosissima continua senza sosta nell'azione incriminante con il risultato di ampliare l'emozione stessa. Un circolo vizioso spaventoso, un loop che provoca rotture insanabili anche nelle più salde e durature amicizie. Ecco, io sono un induttore di vergogna. Vi ho avvisati.
Ma torniamo al razzismo.
Dicevo della discriminazione cui è sottoposto il Preventivo Gratuito in quel di Germania. Che tutto sommato non è neanche così grave, visto che questa volta le eventuali nuvole di cenere sarebbe di materiale cartaceo e non umano (cosa vi dicevo della vergogna indotta?). E' la finalità e la caparbietà tedesca che mi lascia esterrefatto: mirano al guadagno con una devozione tale da convincerti alla fine che lo strano sei tu.
Ed è tutto organizzato in funzione di quel concetto: il lusso, l'eleganza, il comportamento degli addetti, la generica bellezza austera, l' aura di superiorità che si respira negli autosaloni e nei centri assistenza tedeschi abbinati alla loro stoica reticenza a parlare di denaro, come fosse l'ultimo insignificante dettaglio, sono studiati per soggiogarti, metterti in una condizione di inferiorità mentale tale da renderti docile e sottomesso, facendoti vergognare della tua posizione economica, qualunque essa sia, cosicché al momento della presentazione del (salatissimo) conto da pagare, tu non abbia la lucidità sufficiente per mettere a fuoco ciò che sta accadendo, evitano così che il cliente metta su un sacrosanto e dovuto casino della Madonna.

venerdì 25 marzo 2011

Tagliandando - Prima parte

Certo c'è di peggio, non lo metto in dubbio. C'è però anche di meglio!
E poi ci bombardano di ottimismo, dal governo al vicino di casa alla televisione, addirittura alla radio c'è chi promette soldi ai protestati, ai cattivi pagatori e ai mezzi farabutti, e allora, che cazzo, svegliarsi col pensiero di dover portare la macchina a fare il tagliando, ad essere ottimisti, è meglio di svegliarsi e scoprire di essersi dimenticati di rientrare a casa prima di mettersi a dormire, e realisticamente, è peggio di svegliarsi e ricordarsi all'improvviso di avere davanti il primo giorno di un mese di ferie pagate alle Maldive.
Che poi, anche qui, ci sono varie sfumature. Io le ho scoperte oggi.
Ok, non è nuovissima la mia macchina, è del luglio 2007, quasi 4 anni. Che in Anni Macchina sono tanti o pochi a seconda del Momento Relativo Specifico. Grande cosa, la relatività. Mi spiego: se un concessionario cerca di venderti una macchina usata di 4 anni sembra che te la stia regalando per quanto è ancora attuale e in ottimo stato, e cerca di convincerti che sta commettendo uno sbaglio semi divino volendo disfarsene, dandoti implicitamente dell'imbecille a te che stai valutando se comprarla o meno, quella stessa macchina che se TU provi a rivendere, si trasforma magicamente in un rottame ambulante e cominciano a fioccare parole come carrozzeria, modelli nuovi, Euro numero X, gomme usurate e valutazione quattroruote, manco stessimo parlando di alta finanza con un broker di wall street. Per non parlare dei chilometri, che qualunque numero uno dice quello ti guarda manco li avesse fatti lui a piedi.
E comunque io non intendo rivenderla e comprarne un'altra. Io devo solo farle fare il tagliando. Perchè adesso giocano sporco, le case automobilistiche. Giocano sullo sfinimento e la guerra psicologica, i bastardi. Non so la vostra, ma la mia ha un calendario interno che, al momento della scadenza del tagliando precedente mi avvisa con una spia rappresentata da due chiavi inglesi e un numero negativo che aumenta (o dovrei dire diminuisce) con i giorni. Che è una bella rottura di coglioni, giacchè nessuno vuole vedere un conto alla rovescia, men che mai sul cruscotto della macchina l'attimo prima di mettere in moto, che a quel punto ti viene l'ansia da esplosione e sei costretto ogni volta a fare mente locale e pensare chi, tra tutti quelli che conosci, vorrebbe vederti saltare in aria. In genere è un numero inaspettatamente alto. Poi però si approssima allo zero quando realizzi che nessuno tra i papabili ha conoscenze tali da essere in grado di costruire una bomba.

mercoledì 23 marzo 2011

Notte buia, niente stelle - Stephen King

Dunque.
No, sul serio. Voglio dire: Wu Ming. Mica Coso. E, se non prendo un clamoroso abbaglio, trattasi di Wu Ming 1. Uno! Che poi altrimenti qualcuno potrebbe dire che, magari, io mi sia sbagliato o abbia omesso un particolare importante. In fondo parliamo del traduttore. Ancora, mica Coso. Che poi, anche l'altro lì, come si chiamava, ah si, Tullio Dobner. Dicevo Tullio... no, preferisco chiamarlo Dobner, perchè Tullio, non me ne vogliate, non si può proprio sentire. Dicevo di Dobner. E Wu Ming. Che poi a pensarci, tutti e due stranieri no? No, si certo. Italiani. Ma dal soprannome esotico uno e un cognome estero l'altro. Sarebbe da analizzare. Anche perchè pubblicizzare così tanto, la sperling, il cambio della "voce italiana" del Re, e passare da un extracomunitario all'altro mi sembra un azzardo, di questi tempi. In Italia non fanno entrare nemmeno i sardi. E si che loro italiani lo sono. Pazzesco. A questo punto io l'avrei fatto tradurre proprio da un sardo. Magari dal doppiatore di Wille il Giardiniere dei Simpson. Sarebbe stato uno spasso. Si, ok.
Magari qualcuno avrebbe approfittato per farne pubblicità su pubblicità. E sai che caos, fra i fan del Re? Tutti a dire si ma Willie? Chissà come avrebbe tradotto Dobner. O Wu Ming. Si sente proprio che questa volta il traduttore è un altro. Puah! L'ha snaturato. Io preferivo le Dobnarate. Anche se le Wu Mingate non sono da meno. Tutti e due, cioè... mica Coso. E poi, quel gioco di parole americano sullo schiacciare i punti neri/testa mora (non bionda), come l'avrebbe tradotto quell'altro?
No, ci tengo. Lo considero fondamentale. Sul serio.
Anche se so che il lato positivo del cambio del traduttore, è l'aver portato molti lettori a leggere direttamente il romanzo in inglese e poi, magari, in italiano. Così, per confronto. Che poi magari, se gli va, lo traduce pure Dobner cosi possiamo fare il confronto dei confronti.
Io, personalmente, preferirei la versione di Willie.
Detto questo... mi sembra di aver detto tutto, no? No? Come, no? Di che altro dovrei parlare?
Ah, diavolo, si!! Il ROMANZO! Che sbadato. Non ci pensavo proprio. Ero talmente preso dal fondamentale dilemma causato dal cambio di traduttore con tutto quello che di male comporta che mi sono... a proposito. Avete notato? Il nome del traduttore è scritto sulla copertina?!?! Ma dico io!
Stephen King tradotto da Wu Ming? Cioè? E la versione in italiano tradotta da un italiano dov'è? Ah, è italiano? Ma pensa. Tullio Dobner pure, e lui non si vergognava mica del suo nome. Pensa Wu Ming come deve chiamarsi, di battesimo, per inventarsi un soprannome cinese! Possibile mai peggio di Tullio? E che diavolo, a volte sarebbe necessario disconoscerli i genitori, guarda!
Ma ora sto divagando. Sembra quasi di essere in un gruppo di anobii o su un forum dedicato al Re.
Come? Il Romanzo? Quale romanzo? Ah, si scusate. Quale Romanzo? Ah, già. Si.
Quattro racconti. Stupendi. Il Re è sempre il Re.
Fossi in voi lo leggerei.
E poi è tradotto da Wu Ming 1. Mica Coso.

martedì 22 marzo 2011

Fahrenheit 451 - Ray Bradbury

Raramente capita di leggere un libro e non saper che dire.
Ecco. E' capitato: non so cosa dire.
Sono abbagliato dalla grandiosità dei personaggi e dagli argomenti trattati, accecato più dalle menzogne nascoste, che dalle verità annunciate.
L'uguaglianza nell'ignoranza e l'inequità nella cultura.
Il dubbio e la sofferenza che porta la continua ed inutile ricerca della verità, confutabile ed irraggiungibile; sempre un passo avanti, sempre una frase dopo, sempre un libro in più.
La felicità anestetica dell'ignoranza, e il vuoto riempito da altro vuoto, artificiale e appagante, ma sempre vuoto.
Lo scontro, senza vincitori, e l'uomo che rinasce dalle proprie ceneri.
Ed il lettore messo all'angolo, frastornato, nell'incapacità di accusare e di difendere, messo di fronte ad una scelta che, leggendo, ha già compiuto ma che ora, non sembra più tanto ovvia.
Maestoso.

La strada - Cormac McCarthy

La grandezza di un libro, per quanto immaginario e inventato possa essere l’argomento trattato, sta nella straordinaria capacità di svelare la Verità.
Anche piccola, anche ovvia. E per questo ancor più significativa.
Ho finito a fatica questo romanzo, perché la Verità della Disperazione colpisce duro.
Ho finito a fatica questo romanzo, perché la Verità dell’Amore colpisce ancor più duro.
Ho finito a fatica questo romanzo, ma l’ho finito ed ho chiuso il libro.
Ho chiuso il libro e il Giappone ha tremato.
Ho chiuso la Verità ed è iniziata la Realtà.